Elezioni ma sono andate davvero cosi male?


PREMESSA
Leggere il risultato delle urne, senza banalità, non è facile anche se certi dati appaiono macroscopici. La realtà, tuttavia, è complessa e si cela dietro numerose contraddizioni. La legge elettorale, con la quale i cittadini sono stati chiamati a votare, è una legge orribile giudicata da molti incostituzionale e ribattezzata dal suo stesso ideatore una porcata. La campagna elettorale si è svolta poi in un clima surreale fatto di disparità e menzogne vendute come promesse realizzabili. In questo clima la disaffezione dei cittadini per il voto è cresciuta. Infatti, il primo dato che emerge è un aumento dell’astensione. Si sono recati ai seggi il 75,2% degli aventi diritti, sempre molti rispetto ad altri paesi, ma ben il 6% in meno rispetto al 2008
Il popolo della sinistra è nello sconcerto ma i gruppi dirigenti che hanno portato a questi risultati non sembrano interessati per niente tanto continuano a godere dei loro privilegi a prendere i loro stipendi da parlamentari o da funzionari.
Fatte queste sacrosante premesse prima di iniziare ad analizzare cosa sia uscito, realmente, dalle urne vogliamo farne un’altra, la più importante, si tratta di elezioni borghesi che non vanno lette con le lenti del potere ma con gli occhi di chi quotidianamente lotta.
NOTE POSITIVE
E se pure può apparire strano ci sono delle cose positive che emergono da questa tornata elettorale. Tanto per cominciare la governabilità; tanto cara alla BCE, ai poteri forti e al Vaticano; non c’è. Questo significa che nei prossimi mesi per chiunque provi a governare sarà più difficile portare l’attacco allo stato sociale, alla sanità, alle pensioni e ai diritti in generale. I partiti dell’austerità e dei sacrifici vengono pesantemente sconfitti. Monti esce ridimensionato da essere addirittura inessenziale per la formazione di prossimi governi. Lo scudo crociato, che fu simbolo dell’odiata DC e oggi di proprietà di Casini e dell’UDC, si attesta al minimo storico l’1,8% l’ex presidente della camera Gianfranco Fini nemmeno rientra in parlamento. A perdere milioni di voti è anche il PD che ha appoggiato per oltre un anno il governo Monti e le sue manovre impopolari. Un altro elemento positivo da sottolineare è il totale insuccesso di qualsiasi gruppo neofascista. Casa Pound, Fiamma Tricolore e Forza Nuova oscillano tra lo 0,1% e lo 0,4. La stessa Destra di Storace non va oltre un misero 0,6% il che vuol dire che nel prossimo parlamento non siederà nessun fascista. A volere essere ancora più precisi gli esponenti che provengono dall’ex AN eletti nelle file del PDL o di Fratelli d’Italia non sono più di una ventina, mai stati cosi pochi. La xenofoba Lega Nord resiste nelle sue roccaforti ma vede dimezzare i suoi consensi in tutte le regioni. Solo l’alleanza con il PDL gli permette di eleggere Maroni alla presidenza della regione Lombardia ma porta solo 18 deputati alla camera e per la prima volta potrebbe non costituire un gruppo autonomo a palazzo Madama. Il PDL, del redivivo Berlusconi, sembra risorgere dalle ceneri ma in realtà ha un emorragia di diversi milioni di voti. Quel 22% al senato pari ad oltre sei milioni di voti sono sempre troppi. Purtroppo esiste nel nostro paese un blocco sociale reazionario fatto di evasori fiscali, opportunisti, raccomandati e creduloni con cui dovremo sempre fare i conti.
Se poi confrontiamo il nuovo parlamento con quello uscente e innegabile, seppure da un punto di vista borghese, che è più a sinistra. Nonostante il mezzo flop, SEL porta in parlamento un discreto numero di deputati e molti degli eletti del Movimento Cinque Stelle (M5S) vengono dai movimenti e porteranno istanze come la difesa dell’acqua, la lotta contro gli inceneritori, la difesa della scuola pubblica, i tagli delle spese militari e il no alla TAV. Sul M5S è bene spendere diverse parole. E’ un movimento leaderistico che ha una forte connotazione populista ma è anche espressione di una forte volontà di cambiamento. Non è semplicemente banale ma è stupido liquidarlo come fascista. Non sappiamo ancora se questo movimento, come tanti altri prima di lui, nato a sinistra si sposterà a destra. Però una cosa la sappiamo bene il paragone con la Lega Nord non regge. La Lega Nord incarnava la protesta agli inizio degli anni ’90 in un contesto in cui il neoliberismo era in ascesa e infatti il movimento di Bossi sposò le tesi liberiste delle privatizzazioni. Il M5S incarna una protesta, loro sostengono anche una proposta questo lo vedremo, in un’epoca dove il neoliberismo ha palesato i disastri che ha prodotto negli ultimi vent’anni e per questo sembra essere orientato verso la ripubblicizzazione. Non si tratta di una differenza di poco conto. Gli ammiccamenti di Grillo a Casa Pound in campagna elettorale sono sicuramente da stigmatizzare ma vanno letti anche come una mossa tattica che ha prodotto come primo risultato l’erosione nelle periferie romane di tanti voti che sarebbero potuti andare a quelli che si autodefiniscono “fascisti del terzo millennio”. Il M5S ha prodotto sicuramente un terremoto politico senza precedenti che anche “Re” Giorgio Napolitano, altro sconfitto di queste elezioni, questa volta non potrà dire di non avere sentito il colpo. Il M5S erode consensi a tutti, al centrosinistra come al centrodestra ma soprattutto prende voti da una potenziale astensione. A farne le spese è soprattutto la lista di Rivoluzione Civile di Ingroia. Del resto quasi tutto l’ex elettorato dell’Italia dei Valori (IDV) viene assorbito da Grillo. Anche ampia parte dei movimenti di lotta hanno votato per questa nuova forza politica. Lo hanno fatto molti attivisti del Forum dell’acqua ma soprattutto molti No TAV. Se il M5S diviene il primo partito alla camera con il 25,5% dei voti questa percentuale raggiunge cifre incredibili in Valsusa dove il movimento No TAV è radicato. A Chiomonte ottiene il 37,5%, a Bussoleno il 46,3%, a Giaglione il 44%, ed a Exilles il 53,2%. Questi dati parlano chiaro. Una delle più importanti lotte del paese che ha saputo costruire un immaginario, come quella della No TAV sceglie il M5S rispetto alla sinistra tradizionale.
NOTE DOLENTI
Le note dolenti di queste elezioni sono proprio l’incapacità di una sinistra di classe o se preferiamo anticapitalista di affermarsi. I comunisti si sono presentati divisi all’appuntamento elettorale. Molti hanno deciso di astenersi come il Partito comunista Sinistra Popolare di Marco Rizzo, la Rete dei Comunisti e tutta l’area che fa riferimento all’Autonomia Contropotere; altri come Sinistra Critica hanno lasciato libertà di voto; i CARC e altri gruppi minoritari hanno scelto invece di appoggiare proprio la lista del M5S puntando sulla destabilizzazione; il Partito Comunista dei Lavoratori di Marco Ferrando ha preferito, invece, fare una corsa in solitaria accontentandosi di 113.935 voti tanto dignitosi quanto inutili per un progetto di ricomposizione. C’è poi la scelta di Rifondazione Comunista (PRC) e del Partito dei Comunisti Italiani (PdCI) di confluire assieme ai verdi, all’IDV e agli arancioni di De Magistris nella lista elettorale di Rivoluzione Civile capitanata da Ingroia. La debacle di questa lista, che altro non era che l’ennesimo cartello elettorale che conteneva tutto e il contrario di tutto, è totale. Sono riusciti a fare peggio di quanto fece la Sinistra Arcobaleno nel 2008. Il 2,3% alla camera e l’1,8% al senato sono il risultato di una miopia politica di un gruppo dirigente percepito dalle basi stesse di questi partiti come casta. Fin troppo facile per il M5S che raccoglieva lo slogan caro agli indignados e ad occupy “Que se vayan todos” fare apparire questi burocrati come dei disperati che cercavano con ogni mezzo di rientrare in parlamento. Rivoluzione Civile era un’operazione calata dall’alto è in netta discontinuità con quei tentativi genuini dei mesi precedenti quali il No Monti day, ALBA o “Cambiare Si Può”, anzi ha determinato la frantumazione di quelle ipotesi che si rifacevano in modo più diretto alla cultura di sinistra del nostro paese. La presenza di magistrati, poliziotti e personaggi equivoci facevano il resto. Lo stesso nome di Ingroia scritto a caratteri cubitali in modo che lo potesse leggere anche chi non aveva tutte le diottrie ha dato il senso della personalizzazione della lista allontanando tanti compagni che si erano avvicinati con interesse ed entusiasmo a “cambiare si può” convinti che una nuova partecipazione e un nuovo protagonismo potesse far nascere anche in Italia una Syriza. Le responsabilità dei gruppi dirigenti del PRC ma soprattutto di quelli incoerenti PdCI, che solo qualche settimana prima avevano partecipato alle primarie del PD contribuendo a fare eleggere Bersani come candidato Premier, sono palesi. La lista di Ingroia, la quale doveva nascere con l’ambizione di formare un quarto polo in realtà prima cercava una desistenza rifiutata dal PD e poi non perdeva occasione, per tutta la campagna elettorale, di lanciare ammiccamenti al PD. Campagna elettorale impensabile per una Syriza in Grecia, per una Link in Germania, per una Izquiera Unida in Spagna, per un Front de Gauche o un NPA in Francia. Il risultato era prevedibile.
IMPARARE LA LEZIONE
Questa lezione è la conferma che le somme non fanno risultato se non rappresentano pezzi reali di società e che la sinistra di classe non si costruisce in subalternità a pezzi di magistratura politicizzata. E’ finita per sempre una storia della sinistra nel nostro paese, inclusa quella degli eredi dei partiti comunisti succubi della via parlamentare come simulacro del rapporto di massa. Solo l’emergere di una nuova generazione politica che non si attacchi a feticci o che non si faccia prendere da assurde frenesie potrà ricostruire una sinistra degna di questo nome. La piazza, adesso, più che mai e le pratiche del conflitto sociale devono divenire il luogo della ricomposizione per costruire una sinistra anticapitalista di nome e di fatto. La strada è lunga e difficile ma demoralizzarsi non è utile. Serve, invece, fare tesoro di questa importante lezione. serve, inoltre, comprendere attraverso uno studio approfondito quale siano le trasformazioni in atto nella classe che si vuole rappresentare. Insomma c’è da unire lotta e studio,ripartendo dal vecchio slogan “Prassi – teoria – prassi”.

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