Buoni e cattivi, infiltrati, black bloc, opportunisti, tradimento ed errori politici proviamo a fare un po’ di chiarezza rifiutando la narrazione classica.

Ad un certo punto arrivano i cattivi, vestiti di nero, col cappuccio in testa e il passamontagna e spaccano tutto. Quante volte si è sentita questa narrazione. Un modo stereotipato e manicheo per descrivere un momento delle mobilitazioni di piazza contro il G8 di Genova nel 2001. Una narrazione di comodo al potere ma purtroppo accettata anche dagli opportunisti che cavalcavano il movimento, magari,per le loro carriere politiche. Se da una parte la manovalanza degli apparati repressivi manganellava indistintamente tutti, dall’altra parte le menti più fini della repressione cercavano di dividere in “buoni” e “cattivi” per spaccare il movimento. Per noi i movimenti non si dividono in buoni e cattivi ma in sensibilità e pratiche differenti alle volte, non solo, con tattiche ma anche con obbiettivi strategici diversi ma sempre figli del contesto oggettivo da cui sono determinati. Se il movimento fu compatto nel condannare l’operato delle forze di polizia non fu, invece, compatto nel capire la trappola politica e rispose dividendosi. Una buona parte, infatti, accettò la divisione in buoni e cattivi ma rifiutando che i cattivi fossero parte del movimento ma che fossero solo degli infiltrati, Il leitmotiv di Agnoletto e di altri fu: “Alle tute nere è stato permesso di fare tutto quello che volevano mentre noi venivamo caricati in modo violento.” Insomma per qualcuno i black bloc sarebbero stati consapevolmente funzionali agli apparati repressivi o peggio ancora diretti da chissà quale potere dello stato. Eh sì, il complottismo esisteva già allora. Intendiamoci noi non neghiamo che le forze di polizia possano avere infiltrato qualcuno. Questo avviene dalla notte dei tempi. Ingenuo sarebbe credere il contrario. Il punto è che l’infiltrato, della polizia, ha tendenzialmente il compito di raccattare informazioni, compito relativamente facile. Assai più difficile, invece, è far deviare un’azione “politica militare”. I blaack bloc quindi non erano espressione delle forze di polizia come i riformisti, i pacifisti e altri vorrebbero far credere. Ma erano un fenomeno connaturato al movimento tanto è vero erano già stati presenti in quasi tutte le manifestazioni precedenti a partire da quella di Seattle. Non vogliamo certo fare l’elogio del blocco nero che aveva sicuramente comportamenti infantili, velleitari e avventuristici ma vogliamo descrivere la realtà delle cose per quella che è e non per quella che una narrazione di comodo racconta. Tanto è vero che lo stesso Blocco Nero nel corso del tempo si è modificato. Se a Genova era essenzialmente formato da esponenti di area anarchica. In altre occasioni più che un gruppo politico sarà una pratica che vi vedrà partecipare anche esponenti che anarchici non erano. Alla manifestazione del 9 giugno 2007 contro la visita di Bush a Roma alle pratiche black bloc parteciparono anche diversi autonomi e pure dei marxisti leninisti. Si trattò però di scelte tattiche su come stare in piazza però non di scelte politiche. Insomma sui black block sono state spese fin troppe parole. Non sono, invece, spese parole per chi il movimento lo infiltrò davvero e non certo per conto della polizia ma per conto dei meri calcoli opportunistici. Non vogliamo inserire in questa sommaria analisi il concetto di tradimento che in politica è assai subdolo e rimuove la capacita di verificare i percorsi e ammettere errori. Va da se però che vedere, oggi, sostenere il Partito Democratico e le sue politiche da personaggi che a Genova contestavano la globalizzazione capitalistica, le politiche neoliberiste e la repressione dello stato lascia al quanto basiti. Non si tratta nemmeno della critica a quelle formazioni politiche che nel 2006 decisero di andare a sostenere il governo Prodi, errore gravissimo di linea in parte corretto dai più. Si tratta, invece, di quei personaggi che finita l’esperienza fallimentare di quel governo e l’avventura della Sinistra Arcobaleno hanno deciso di passare, con armi e bagagli, nelle file del centro sinistra e di farlo in modo organico. Alcuni, come Gennaro Migliore, addirittura si sono collocati alla destra del PD. Tuttavia, proprio perché non ci piace la categoria politica del tradimento e e poiché non crediamo ai cambi repentini e improvvisi di chicchessia, pensiamo che forse certi personaggi a Genova ci stavano già con determinate posizioni per perseguire i loro scopi. La domanda forse retorica e suggestiva ci viene naturale. Chi erano i veri infiltrati? Ma poiché crediamo che i movimenti siano, per loro natura, eterogenei e spuri e che il vero nodo sta nella lotta per contendersi la direzione. Nessuno era davvero infiltrato, nessuno ha tradito. Ognuno ha giocato le proprie carte. Ci sembra, poi, che tutti le abbiano giocate male ma questo è un altro discorso.

Detto questo è benre ricordare che sia i black bloc, sia quelli che sarebbero diventati i futuri renziani, erano minoranze. Il movimento era composto da una pluralità di posizioni e pratiche alle volte anche di non facile descrizione. Quello che è certo è che appare evidente, oggi, a distanza di vent’anni, a prescindere da infiltrati, opportunisti o scelte politiche legittime ma sbagliate che c’è stata una diaspora che fotografa come la frammentazione abbia vinto. Di quel movimento plurale oggi resta ben poco eppure ce ne sarebbe un gran bisogno.

Chiaramente quando scritto qui sopra non è verità assoluta ma solo una riflessione aperta.

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