Da “Un altro mondo è possibile” ad “un altro mondo è necessario” gli slogan di vent’anni fa ancora attuali?

Un altro mondo è possibile era lo slogan suggestivo che si urlava per le vie di Genova nel 2001. Non solo un motto eccitante e attraente ma un apripista per creare un novo immaginario. Genova 2001 e il movimento che costruì quella mobilitazione, sia dagli anni precedenti sia negli anni successivi, pur essendo ricco di proposte non cadde mai nella vertenzialità. Aveva ambizioni alte come solo i movimenti potenzialmente rivoluzionari hanno. L’idea di cambiare il mondo ogni tanto si ripresenta nelle menti dei subalterni stanchi di esserlo e questo terrorizza i dominanti. Il movimento che contestò il G8 non riuscì mai ad essere un movimento totalmente rivoluzionario perché non si pose mai l’annosa questione della presa del potere. Tuttavia diede vita ad una stagione di mobilitazioni di massa e di critica collettiva, come non si vedevano da almeno un quarto di secolo. Il paragone con il ‘77 è suggestivo perché entrambi i movimenti sono formati in prevalenza da giovani e sono critici verso la società dei consumi ma le analogie finiscono qui. Il movimento del ‘77 è l’ultimo di un mondo diviso in blocchi contrapposti ovvero il “socialismo reale” e il “capitalismo occidentale.” Il movimento che si sviluppa tra il 1999 e il 2003 è, invece, il primo movimento in un mondo dove il capitalismo sembra essere divenuto l’unico grande attore protagonista, non casualmente si parlava di pensiero unico. Il movimento del ‘77 ha un filo rosso che lo lega ai movimenti precedenti dal ‘68 agli anni ‘60 e se vogliamo fino alla Resistenza. La memoria, nonostante, tutto è stata tramandata. Nel movimento del 2001 sembra, invece, di ripartire da capo. Non che non vi siano collegamenti e richiami grazie anche ad organizzazioni sindacali e partiti della sinistra ma il riflusso generato negli ‘anni 80 e ‘90 accompagnato dalla pesante sconfitta storica del 1989 rappresenta un’interruzione fatta di calcinacci e macerie assai più grandi del muro di Berlino. Se certi concetti appaiono simili, i linguaggi sono diversi alle volte appaiono opposti. Le vecchie generazioni di militanti hanno difficoltà a comprendere questo nuovo irrompere sulla scena e le giovani generazioni hanno difficoltà ad attingere dalle esperienze passate. Non c’è più il sentire di una Resistenza tradita, come era negli anni ‘60 e ‘70. C’è la consapevolezza che il post fordismo ha disegnato un nuovo mondo capitalista che si muove tra codici cifrati e hard disk e che uscire dalla cappa del dominio neo liberista è possibile solo riscoprendo il collettivo dopo anni di dimensione privata. Un altro mondo possibile ad un certo punto diviene un altro mondo è necessario. Oggi lo vediamo come unica possibilità per avere ancora un pianeta. La foresta dell’Amazzonia distrutta dalle fiamme, il rialzo delle temperature, lo scioglimento dei ghiacciai, il buco nell’ozono, l’inquinamento atmosferico, la plastica negli oceani, l’estinzione di molte specie animali, l’aumento delle neoplasie e la pandemia di corona virus sono a dimostrare che il capitalismo sta uccidendo il pianeta. Per questo un altro mondo è necessario. E ancora possibile costruirlo o è tardi? Sicuramente non era tardi vent’anni fa quando spiegavamo al mondo queste ragioni e i pre – potenti fecero di tutto per impedire il cambiamento ricorrendo addirittura alla repressione. Si tratta ora di riprendere i fili, slegare i nodi e comprendere che serve una nuova stagione di impegno collettivo e di lotte sociali.

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