Breve analisi del voto e del non voto alle elezioni amministrative.

Dalle urne non esce niente di interessante, dai commenti sui media anche meno. Per il servile giornalismo italiano, dalle urne uscirebbe vincitore il governo Draghi. Chiaramente questa narrazione è fuorviante e ci mostra solo un atteggiamento ossequioso dei giornalisti verso i poteri forti. Per smontare queste tesi basta, però, fare tre semplici considerazioni. La prima considerazione è il fatto che si votava per eleggere i sindaci e non il presidente del consiglio. La seconda considerazione è che nessuna lista riconducibile al presidente del consiglio era nella competizione elettorale. Infine, la terza e più significativa è il forte astensionismo che ci parla caso mai di una disaffezione degli italiani al voto. Disaffezione che sembra essere aumentata proprio con la presidenza del consiglio dell’ex banchiere Mario Draghi. Insomma altro che vittoria ma si sa i giornalisti di regime sono bravi a far scomparire i fatti e a vendere fumo. Le elezioni amministrative che hanno sempre visto una discreta partecipazione conoscono un astensionismo senza precedenti. In alcuni comuni si rimane abbondantemente sotto il 50%. Se si fosse trattato di un referendum abrogativo dove serve il quorum del 50% + 1 sarebbero nulle. Questo dato è sicuramente il più importante, che non può in alcun modo essere rimosso da chi vuole fare un’analisi seria di quanto sia uscito dalle urne. L’astensione sì amplifica nelle grandi città e in particolare nelle periferie.

Ancora più che sul piano politico è significativo sul piano sociologico. Non siamo di fronte ad un astensionismo cosciente frutto di una scelta politica bensì dovuto ai processi materiali specifici del modello sociale a cui è pervenuto l’attuale sistema capitalistico. Le classi subalterne sono espulse dalla partecipazione come già avviene da decenni nelle società anglosassoni.

Entrando nel voto che esce dalle schede valide emerge chiaramente una sconfitta per le due forze politiche che hanno maggiormente governato in questi anni: M5S e Lega. I grillini vivono una crisi strutturale profonda che solo in parte è stata fermata dalla presenza di Giuseppe Conte. La Lega paga la poco chiarezza con il sostegno non convinto al governo Draghi, la litigiosità e la concorrenza con gli alleati specialmente con Fratelli di Italia ma soprattutto la divisione interna. Lo scontro tra Maroni e Giorgetti è destinato ad aumentare. Quando Salvini che canta vittoria in Calabria un brivido corre lungo la schiena dello zoccolo duro della borghesia padana che è sempre tentata di ritornare alla lega delle origini. Insomma anche il Matteo Salvini come il Matteo Renzi dovrà fare i conti con una ditta. La ditta di Zaia, Galan, Fedriga e Giorgetti il vero figlioccio di Bossi.

Il PD, con i suoi uomini di apparato e le sue mille liste civetta, riesce ad incassare un buon risultato ed il suo segretario può cantare vittoria.

Chi purtroppo non riesce a rientrare sulla scena politica è la sinistra di classe e i comunisti. A parte rare eccezioni i risultati sono impietosi. La fotografia di Roma da l’idea di come ormai i partitini comunisti non contenti di toccare il fondo abbiano iniziato a scavare. Cinque candidature a sindaco con risultati da prefisso telefonico 0,6% Per Potere al Popolo 0,4% per PRC e altri 0,3 per PC e 0,3 per PCI meno dello 0.1 il PCL. Anche l’invito alla riflessione appare un esercizio retorico che ci risparmiamo. Dove la sinistra di classe va meno peggio e dove prova a costruire intese con liste di cittadinanza, espressione di lotte reali dei territori ma la strada rimane lunga e in salita.

Draghi non vince ma l’unica vera opposizione che può cacciarlo quella di classe e comunista continua a non trovare riscontri nelle urne. Non ci sentiamo di criticare né chi si è astenuto e nemmeno chi ha provato a presentare liste identitarie ma pensiamo che la strada da seguire sia una altra.

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