Ribelle e/o rivoluzionario. Le differenze in questi due termini.

ll ribelle e il rivoluzionario. Molto spesso questi due termini vengono, impropriamente, usati come sinonimi ma in realtà c’è un’enorme differenza. Entrambi si oppongono all’esistente ma lo fanno in modo diverso. Il ribelle ha fretta e si muove con impeto. Il rivoluzionario sa aspettare con pazienza, perché deve valutare ogni mossa del nemico. Il ribelle è istintivo mentre il rivoluzionario pianifica. Il ribelle è tendenzialmente individualista e anche quando si unisce ad altri ribelli lo fa più spinto da un piacere che da una necessità. Il rivoluzionario, invece, da solo è perduto ha bisogno di relazionarsi con altri rivoluzionari, avanguardie come lui, di rapportarsi con la massa critica e persino con la folla seppure in modo differente, infatti il rivoluzionario si pone in modo diverso rispetto al livello di coscienza dell’interlocutore e ai progetti sul terreno. Il ribelle è quasi sempre identico a se stesso non avendo questa duttilità. Il ribelle vuole distruggere. Il rivoluzionario prima di iniziare a distruggere ha già in mente cosa costruire dopo. Il rivouzionario ha in mente una altra società. Il ribelle è sofferente verso ogni forma di potere. Il ribelle con la sua spontaneità si fa spesso abbindolare dalla parola libertà. Il rivoluzionario sa cos’è l’autodisciplina e la disciplina. Il ribelle è spesso antimilitarista. Il rivoluzionario concepisce la politica come un qualcosa di strettamente connesso al pensiero militare. Il ribelle, tranne rare eccezioni, è un idealista e conseguentemente uno spiritualista. Il rivoluzionario è spesso, invece, un materialista e usa la scienza e la dialettica come frecce per il suo arco. Il primo, infatti, in nome dei propri principi non riesce a costruire allenze di fase perchè vede il suo agire come un tutto e subito. Il secondo, invece, conosce la tattica sa che la rivoluzione è un processo con fasi diverse e comprende l’importanza delle alleanze anche con i diversi da se, se necessario anche con il nemico. Il ribelle ha il mito dell’insurrezione. Il rivoluzionario, al contrario, considera l’insurrezione solo come una fase di un processo più ampio che ha momenti precedenti e successivi. In alcuni contesti può addirittura non esserci. Entrambi considerano l’azione fondamentale ma nel ribelle la pratica, spesso, è finalizzata alla contingenza; nel rivoluzionario la pratica è elemento di studio per elaborarne una teoria. Il ribelle può essere romantico e, quindi, apparire più simpatico. Il potere stesso consapevole dei limiti del ribelle può decidere di reprimerlo o tollerarlo, a secondo delle circostanze alle volte può anche usarlo. Il Rivoluzionario è più austero ed è sempre temuto e per questo monitorato dal potere. Tuttavia il ribelle muovendosi in modo scomposto è più soggetto alla repressione del rivoluzionario che studia e pianifica. Il potere sa che il rivoluzionario può far male perché esso stesso conosce il potere. Il potere non teme alla stessa maniera il ribelle, perché sa che le sue azioni anche quando possono creare problemi sono spesso velleitarie e riutilizzabili contro di lui. Il ribelle non si pone il problema dell’estremismo e in modo puerile lo accarezza e lo vezzeggia. Il rivoluzionario sa che l’estremismo è una malattia infantile dannosa al progetto rivoluzionario.

Il ribelle spesso accusa il rivoluzionario di essere un riformista ma niente è più falso. Il rivoluzionario può rivendicare qualche riforma ma lo fa sempre in chiave tattica, per rafforzare le proprie posizioni. Il sincero riformista, da non confondere con gli opportunisti e i controriformisti, portato alle strette, vista l’impossibilità di ogni margine di riforma, dovrà scegliere se divenire un rivoluzionario o un controrivoluzionario. Riformisti e Rivoluzionari rispondono agli interessi di una classe che cerca di emanciparsi. I controriformisti si spacciano invece per riformisti e agiscono come agente dei dominanti nel campo dei subalterni. L’involuzione della socialdemocrazia ci parla di questo. Così come il sano e genuino riformismo di Allende, morto con le armi in mano, ci parla dell’impossibilità di margini riformisti in questa fase storica. Il ribelle alle volte si rapporta con la classe, e in questo caso i suoi margini di fallimento sono minori, questo tipo di ribelle può ancora evolvere e divenire un rivoluzionario. In molti altri casi il ribelle risponde al proprio ego o alle valutazioni errate dettate da un principio etico ma non razionale.

Il rivoluzionario è stato comunque un ribelle e mantiene quella molla etica ma la sa porre sotto una ferrea disciplina. Il ribelle non è detto, invece, che diventi un rivoluzionario anzi in molti casi, seppur incosciamente, fa franare le rivoluzioni perché non distingue le contraddizioni primarie da quelle secondarie e risponde ai suoi istinti e viene utilizzato dal potere.

La rivoluzione segna un cambiamento profondo nella storia con un prima e con un dopo. La ribellione, invece, rischia di rimanere solo cronaca o al massimo uno dei tanti episodi della storia. Le rivoluzioni possono fallire. Le ribellioni falliscono.

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