“Scenari di guerra e transizione ecologica” interessante iniziativa del C.I.P. San Concordio a Lucca lo scorso 2 aprile.

Interessante e partecipata iniziativa quella promossa dal Collettivo di Iniziativa Popolare San Concordio, lo scorso sabato 2 aprile, presso l’auditorium della scuola Leonardo da Vinci a Lucca. Son intervenuti Giorgio Ferrari fisico nucleare che ha lavorato per 41 anni all’ENEl ed è una delle voci più critiche e autorevoli contro il ritorno del nucleare e Angelo Baracca fisico, professore universitario, attivista e saggista, impegnato nella campagna per l’ecologia contro le guerre e per il disarmo nucleare.

Il titolo dell’iniziativa era “Scenari di guerra e transizione ecologica.” Un tema attualissimo che ha visto il collettivo elaborare un documento che pubblichiamo qui sotto integralmente.

“Fino a poche settimane fa I pericoli per il pianeta dovuti alla catastrofe ambientale e climatica sono certificati dalle nuove misure dei governi mondiali, che con varie modalità e tempistiche dicono di voler decarbonizzare l’economia e i cicli produttivi per i prossimi trent’anni, ma senza mettere in discussione il modello imperante di accumulazione della ricchezza, di sfruttamento del lavoro e del pianeta. Anzi, fino a poche settimane fa tutti i governi occidentali e l’Unione Europea si sono distinti in un programma di finanziamento pubblico straordinario alle multinazionali dell’energia, significativamente sostenuto dai partiti ambientalisti e liberali. Nella transizione energetica prospettata si sostengono proposte politiche, regolamenti, tecniche, sempre più congeniali ad una intensificazione dei processi estrattivi, alla ristrutturazione di quelli produttivi e logistici che sono interdipendenti tra aree geostrategiche di influenza per le grandi multinazionali e le superpotenze economiche (USA, CINA, EUROPA). Un aspetto fondamentale delle proposte (politiche, regolamenti e tecniche) per ridurre le emissioni di anidride carbonica (fino a emissioni zero nel 2050) è che, riguardo alle fonti alternative a petrolio e carbone, si considerano le emissioni degli impianti solo nella fase di generazione di energia, senza contare quelle a monte e a valle di tale processo. In particolare per le fonti rinnovabili e per il nucleare il bilancio di anidride carbonica emessa non tiene conto dell’estrazione dell’uranio e delle terre rare legate a fotovoltaico ed eolico, risorse nient’affatto rinnovabili. Nemmeno si considera nel bilancio la fase di smaltimento, in tal modo l’impatto di tali fonti energetiche sulle emissioni di anidride carbonica risulta volutamente artefatto e falsato. E’ in questa calma apparente che il modello produttivo, di mercato e di valorizzazione capitalista, sembra assumere nuova linfa: un futuro green per il pianeta, la crescita economica illimitata, soluzioni tecnico- scientifiche per la produzione di energia spinte dalla elettrificazione, la robottizzazione dei processi produttivi e infine le ristrutturazioni di intere filiere dei mezzi di trasporto delle merci e delle persone. Enormi ricchezze e interessi sono stati messi in moto a livello planetario, sempre sotto questa terrificante calma apparente.

Sull’orlo dell’abisso Da più di cinquant’anni il mondo vede l’affermarsi imperante del pensiero neoliberista e un unico sistema di produzione di merci e di accumulazione, quello capitalista. La fine della guerra fredda, la vittoria sull’URSS da parte degli USA e della Nato ha fatto credere all’Occidente per molti decenni (fino alla crisi del 2008) di poter decidere senza competitori la guerra e la pace, la ricchezza e la povertà, su tutto il pianeta. Le guerre condotte dagli USA e Occidente per “esportare” la democrazia, prima e dopo l’11 settembre, hanno rappresentato l’apice della forza imperialista Americana e occidentale, seminando morte e distruzione. Successivamente solo la Cina è rimasta ideologicamente capace di esprimere una propria strategia economica e politica che si basa su un capitalismo fortemente indirizzato e controllato dallo Stato. Competere con la Cina ha cominciato a mettere in crisi la sicumera politica del mondo Occidentale a trazione USA. Da qui anche l’unione Europea ha visto divisioni interne e competizioni con gli Stati Uniti, la Nato ha accentuato sempre di più il ruolo di strumento di controllo ed egemonia statunitense nei confronti delle aspirazioni imperialiste europee. Dopo 1989 l’economia dell’URSS è stata disarticolata e svenduta ai rapaci appetiti dei nuovi capitalisti interni ed esterni pronti a fare bottino sui popoli e le risorse delle le ex repubbliche socialiste. La guerra fredda sembrava il preludio per la catastrofe, invece i due blocchi hanno rappresentato comunque un equilibrio, circoscritto dalla deterrenza nucleare, anche oggi pericolosamente disponibile. Nell’attuale mondo multipolare proprio il primato Occidentale appare nel pieno della crisi e i modelli di democrazia liberale divengono sempre meno rappresentativi e autorevoli. Lo Stato ha abbandonato le politiche di welfare con la conseguente ridistribuzione di ricchezza attraverso la spesa pubblica. Le politiche economiche sono delegate ad organismi sovranazionali che certificano gli indirizzi del grande capitale finanziario, senza più bisogno di mediare alcunché. D’altra parte in un’economia mondializzata, essendo quello capitalista l’unico modello spacciato per possibile ed essendo la competizione per ridurre i costi di produzione la sua legge fondamentale, non si vede tra cosa si debba mediare. Tutto è delegato alla famosa mano invisibile del mercato, T.I.N.A. (There Is No Alternative). Questo processo pervasivo e totalitario ha messo a valore la vita degli individui, dei popoli e della natura: decide la vita e la morte, concentra ricchezze enormi in poche mani, diffonde sempre più povertà e distruzione ambientale. In questo quadro si inserisce anche la cosiddetta transizione ecologica. La transizione energetica, non è (come dicono) l’espressione della politica ambientale democraticamente sostenuta e sostenibile, non lo è nei paesi industrializzati, tantomeno non lo è nei paesi industrialmente non sviluppati ma ricchi di risorse minerarie ed energetiche. Della democrazia, dell’autodeterminazione dei popoli e il rispetto delle minoranze etniche, così come della tutela delle risorse ambientali in nome della transizione ecologica, si fa solo retorica di facciata. Così come in passato le crisi energetiche e di sovrapproduzione sono state causa di guerre, impoverimento e disoccupazione, così in queste settimane l’umanità non si sta trovando di fronte ad un’ennesima guerra asimmetrica tra un unico polo imperialista e paesi non ad esso allineati da ricondurre sotto la propria egemonia politica ed economica. Sullo scenario dell’Ukraina questa lettura non calza più. Fino a prima della guerra la Russia era diventata parte integrante dell’economia capitalista, verso occidente come verso oriente. Lo scenario di guerra apparentemente di tipo nazionalistico è legato anche alle politiche per la transizione energetica planetaria. Per cui controllare le fonti energetiche e le risorse minerarie strategiche, così abbondanti in Ukraina come in tutta l’asia centrale, diventa per tutti gli attori in campo essenziale in una fase di crisi economica. L’allargamento ad est della NATO e la pressione statunitense sulla Russia dei decenni passati ha avuto l’aspirazione di fare di essa e delle sue immense risorse uno spezzatino sul modello ex Jugoslavia. L’isolamento crescente della Russia, se da una parte sembra ricompattare gli Stati europei all’interno di UE e NATO, dall’altra aumenta i costi energetici delle economie europee più colpite dalle sanzioni favorendo gli Stati Uniti. Negli ultimi anni ufficialmente l’Ukraina non era stata ancora candidata ad un ingresso rapido nella NATO, anche per la discontinua politica estera americana durante l’amministrazione Trump, tuttavia sino a poche settimane prima del conflitto centinaia di consiglieri militari e istruttori americani e inglesi, reparti speciali, si trovavano in Ucraina. Stavano di fatto armando e preparando l’esercito ukraino al conflitto, naturalmente in chiave difensiva secondo “i nostri” pacifisti con l’elmetto, più probabilmente per riprendersi le province del Donbass come dichiarato pubblicamente dal governo ukraino prima dell’attacco russo La Germania dal canto suo ha giocato un ruolo ambiguo, da una parte fortemente legata al mercato russo (gas ma anche export), dall’altra con vitali interessi in Ukraina, riserve di gas, minerali e non ultimo l’hub energetico dei suoi 15 reattori nucleari (più altri in costruzione) in grado di esportare energia elettrica a basso costo per la transizione verde tedesca. Il boicottaggio delle transazioni finanziarie e commerciali swift, sbandierato da tutti i paesi industrializzati occidentali come arma per fermare la guerra e spodestare Putin, viene in realtà dosato artatamente, escludendo il gas del Gazprom, il petrolio, la banca Gazprombank (da cui la Russia incassa ogni giorno 700 milioni di dollari) e la maggiore banca russa Sberbank. Infine si chiede di non boicottare l’uranio: come richiedono a Biden le Compagnie nucleari statunitensi (US National Energy Institute, e le Utility Duke EnergY Corp e Exelon Corp) che lo importano per mantenere la produzione di energia a un costo sostenibile. L’uranio per le centrali americane arriva per la metà dalla Russia, dal Kazachistan e Uzbechistan. Il nucleare americano fornisce il 20% dell’energia e per mantenere tale produzione gli usa dipendono dall’uranio dell’asia centrale perché estrarre quello nazionale, abbondante in Texas e Wyoming, comporta oneri fuori bilancio per l’impatto ambientale. E poi la Cina, il suo mercato energetico per un miliardo e quattrocento milioni di abitanti, nell’intraprendere la transizione energetica, attinge dal gas russo e si appresta ad implementarlo per ben 50.000 milioni di m3 annui, con il gasdotto Soyuz Vostok che entrerà in funzione nel 2027-28. (fonte: grenreport.it) Questi pochi dati dimostrano quanto la borghesia russa che sostiene Putin sia integrata nel sistema mondo capitalista, seppur con un peso specifico minore di altri, mantenendo il controllo sulle risorse nazionali favorita dalle politiche governative. Naturalmente l’altro settore che si avvantaggerà per difendere gli affari dell’energia, per la così detta transizione ecologica, sarà la produzione e la vendita di armamenti e come dichiarato dai governi europei il bilancio governativo dell’Unione Europea emetterà debito per la tempestiva realizzazione di un esercito Europeo, più adeguato a preservare gli interessi economici determinati dai nuovi assetti geostrategici. In questo scontro tra poli imperialisti guidati dalle rispettive boghesie in competizione tra loro, sembra che i popoli non abbiano altra scelta che subire la tragedia della guerra.

Certo ci sono anche spinte dal basso verso la guerra, i nazionalismi, la resistenza delle popolazioni del Donbass ad anni di pulizia etnica russofoba ed al golpe filonazista del 2014, il rifiuto spontaneo della popolazione nei confronti di un esercito di occupazione e tant’altro. Quando però si passa alla guerra aperta non è mai dovuto alla follia o brama di qualche leader quanto all’esplicarsi di conflitti su un piano strategico più ampio già presenti in periodo di non belligeranza. Qualcuno diceva che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. La politica del capitale è sfruttamento delle vite dei subalterni e delle risorse del pianeta, la violenza e la guerra non è l’eccezione ma la regola. In questo quadro, la transizione ecologica non è altro che la ripetizione dello stesso schema fondato non più sul petrolio e carbone ma su altre risorse non rinnovabili come le terre rare, con il gas e il nucleare sempre ammessi col beneficio della nuova tassonomia energetica in quanto fonti di transizione. C’è chi sostiene che l’ambientalismo senza anticapitalismo è giardinaggio, magari fosse solo quello. Rischia di essere cornice ideologica per perpetuare questo sistema di sfruttamento e spoliazione, fino alla guerra. Queste considerazioni, non definitive, sono frutto di un confronto all’interno della nostra assemblea in vista dell’iniziativa del 2 aprile a Lucca con Giorgio Ferrari e Angelo Baracca. Sarà quella l’occasione di approfondire questi temi per avere qualche strumento in più per capire questa difficile fase, nella consapevolezza che l’urgenza di contrastare la tendenza alla guerra interimperialista è interesse prioritario dei subalterni ed è coerente con la lotta anticapitalista per la fine dello sfruttamento del lavoro e della natura.”

Collettivo d’Iniziativa Popolare – San Concordio

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